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Cara, pallida Raggi, quante chiacchiere

Con qualche ritardo, dovuto alle vacanze e alla forte sensazione che a Roma non possa accadere qualcosa di innovativo rispetto a tutte le criticità del passato, ho letto le “linee guida per la realizzazione di un piano di azione per superare il disagio abitativo della capitale d’Italia”.

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39 pagine infarcite di dotte parole, perifrasi complesse, buoni propositi e tante iniziative articolate da mettere in campo: un ennesimo libro dei sogni (o degli incubi)? Che fatica e che disillusione! Non si riesce a capire la logica che ha portato a frammentare in tre sottoinsiemi il disagio abitativo: questo disagio nasce da un’unica caratteristica: l’incapacità economica dell’individuo o della famiglia di poter reperire un alloggio sul libero mercato. Per questi nuclei esiste da qualche decennio l’edilizia residenziale pubblica  creata sin dal 1903  da Luigi Luzzatti, ministro del Tesoro nel secondo gabinetto Giolitti: a Roma i primi quartiere (tra cui il Flaminio) sono stati realizzati nel 1906  e nel 1907 ebbe inizio la realizzazione di  San Saba, completato negli anni venti. Forse i saggi che stanno inquadrando il fenomeno del disagio abitativo possono documentarsi. Torniamo a parlare degli alloggi popolari di Roma. Oggi questi alloggi sono più di settantamila (Ater, Comune, Demanio). Da questi numeri e dall’analisi delle pessime pratiche messe pervicacemente in atto da circa venti anni deve scaturire l’analisi del disastro della politica abitativa di Roma e del Lazio. Tolleranza continuativa delle occupazioni delle case popolari,  tolleranza continuativa delle occupazioni capeggiate dai cosiddetti “movimenti”, bandi costruiti per agevolare e premiare chi era  associato ai movimenti, sanatorie continuative (sette in venti anni), assegnazioni regolari inesistenti, sperpero spropositato di danaro pubblico per affittare i cosiddetti “residences”, un housing sociale sotto le lenti della magistratura per affitti più alti del libero mercato (dove era il controllo istituzionale?), Ater in stato comatoso ed incapace di amministrare. Sono questi i punti da osservare e da contrastare. Non bisogna inventarsi niente di nuovo: se la classe politica avrà la capacità di allontanarsi da scelte sbagliate, spesso illegittime, certamente la politica abitativa di Roma si lascerà alle spalle una “emergenza” che è stata fatta divenire strutturale contro l’interesse dei cittadini. La sola Ater, ben amministrata, può accogliere circa mille famiglie ogni anno, basta cambiare passo. Basta scegliere la legalità, recuperare i soldi dei residences per intervenire sulle case pubbliche, dividendo quelle più grandi, trasformando i piani piloty per aumentare l’offerta, fare un unico bando per tutti gli incapienti ed assegnare, assegnare, assegnare. Non sono le 39 pagine del piano Raggi, spesso infarcite di parole tanto altisonanti quanto inutili a cambiare l’attuale, deprimente realtà in cui la famiglia che ha bisogno di casa sembra più carne da macello che cittadino con diritti.

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