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C’era una volta il mondo rurale

La nuova ruralità e il ‘nuovo paradigma’ dello sviluppo rurale

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Nella recente dichiarazione di un gruppo di ‘eminenti’ economisti europei sulla riforma della politica agricola comune, a proposito dello sviluppo rurale, si legge: Un paese può voler incentivare una distribuzione della popolazione sul suo territorio più decentralizzata; si tratta però di una scelta nazionale piuttosto che di un bene pubblico europeo (Aa.Vv., 2009: p.4). Questa affermazione rimanda ad una definizione puramente spaziale di ‘area rurale’. Le aree rurali sono aree remote e scarsamente popolate che hanno valore solo in quanto possono fornire alla società (ormai prevalentemente urbana) beni pubblici, in particolare risorse naturali utili alla lotta contro il cambiamento climatico, alla protezione della biodiversità e alla gestione delle acque. Una società rurale ‘viva’ o ‘vibrante’ non è considerata in sé un bene pubblico europeo, come sembrava invece affermare la dichiarazione di Cork del 1996. Non c’è dubbio che il termine ‘ruralità’ è storicamente molto ambiguo e oggetto di varie, fondate critiche. Nel 1966 Pahl scriveva: “… the terms rural and urban are more remarkable for their ability to confuse than for their power to illuminate” (Pahl, 1966). Eppure, data per spacciata più volte, a dispetto di tutte le teorizzazioni, quasi un’araba fenice, la ruralità risorge perennemente dalle sue stesse ceneri. Tanto che, più recentemente, altri studiosi si chiedono: “Why is that, since the mid 1990s, rural development policies have been formulated, implemented and provided with considerable resources in widely differing socio-political settings?” (Jingzhong, Schneider, Van der Ploeg, 2010).

Una breve storia del concetto e dei suoi limiti

The success of terms like “rurality” and “rural areas” lies in their apparent clarity. They are immediately understood by everybody, in that they evoke a physical, social and cultural concept which is the counterpart of “urban”. But, in reality, building an “objective” or unequivocal definition of rurality appears to be an impossible task” (EC, 1997: cap.2.).

Il primo tentativo di concettualizzare la ruralità risale alla fine dell’Ottocento, quando Tönnies teorizzò due diversi modelli di associazione tra gli uomini: la comunità, intesa come unità primaria, spontanea, organica basata sul sentimento di appartenenza (che trova la sua prima affermazione nel legame genitoriale e quindi nella famiglia) e la società, incentrata su rapporti definiti come ‘artificiali’, basati sulla funzionalità delle relazioni, sulla razionalità degli scambi, più che sulla spontaneità. Scrive Tönnies: “La teoria della società riguarda una costruzione artificiale, un aggregato di esseri umani che solo superficialmente assomiglia alla comunità, nella misura in cui anche in essa gli individui vivono pacificamente gli uni accanto agli altri. Però, mentre nella comunità essi restano essenzialmente uniti nonostante i fattori che li separano, nella società restano essenzialmente separati nonostante i fattori che li uniscono”.
La ‘comunità’ è stata considerata specifica delle epoche pre-industriali e delle aree rurali, mentre la ‘società’, basata sulla razionalità e sullo scambio, emerge e si diffonde con lo sviluppo delle città nell’era industriale.
La sociologia rurale, nata negli Stati Uniti in seguito alla crisi agricola della fine del diciannovesimo secolo, ha sin dalle origini adottato la concettualizzazione dicotomica dello spazio urbano-rurale, associando città-società da un lato e campagna-comunità, dall’altro. Lo studio di comunità è diventato lo strumento metodologico fondamentale nella disciplina e la sociologia rurale si è dedicata, nella prima metà del novecento, a studiare “modelli di socializzazione, parentela, tradizioni, abitudini e folklore nelle campagne” (Newby 1980), senza prestare alcuna attenzione alle condizioni strutturali della vita e dell’economia. La ‘comunità rurale’ può dare vita talvolta alla rappresentazione di un mondo idilliaco, talaltra a quella di un mondo basato su forme sociali ancestrali e irrazionali (si pensi al ‘familismo amorale’ di Banfield) che impediscono lo sviluppo.
In ogni caso, l’immagine delle aree rurali si configura come quella di aree escluse dai processi di modernizzazione innescati dall’industrializzazione, destinate perciò a rimanere arretrate. Dietro quest’approccio scientifico si nasconde una visione conservatrice e consensuale dello sviluppo nelle campagne. I conflitti e la crisi delle aree rurali possono essere risolti senza affrontare i nodi strutturali della differenziazione sociale messa in moto dai processi di modernizzazione, ma cambiando, se non addirittura sradicando, la cultura e la coscienza comunitaria tradizionale, con l’aiuto dell’istruzione scolastica.

La fine della dicotomia urbano-rurale: la comunità in città e la fine dei contadini

Negli anni ’50 e ’60 del novecento, una serie di studi di comunità dimostrano che non esiste una netta differenziazione nelle forme associative delle aree urbane e di quelle rurali. Nel suo studio di una comunità italo-americana a Boston, Gans (1968) descrive esattamente come funzionano i rapporti sociali di tipo comunitario in città; gli urban villagers sono minacciati e il loro stile di vita è distrutto dagli interessi del capitale immobiliare nello sviluppo urbanistico. Si pongono le basi di una critica alla dicotomia urbano-rurale, ripresa anche da Pahl (1966), secondo cui “urbano” e “rurale” possono essere tutt’al più termini descrittivi, non esplicativi.
Non è solo la scoperta che anche in città gli uomini e le donne possano interagire secondo forme comunitarie a mandare in crisi gli archetipi di urbano e rurale. Nel corso degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, si avviano trasformazioni strutturali profonde nelle campagne. La ‘rivoluzione verde’, ossia la pervasiva diffusione di mezzi tecnici e input industriali in agricoltura (macchine, fertilizzanti, fitofarmaci, sementi ibride), rompe l’autonomia dell’agricoltura come mondo produttivo a sé stante, capace di chiudere il ciclo della produzione e riproduzione delle risorse naturali. L’agricoltura diventa un ‘settore’ legato da rapporti mercantili agli altri settori dell’economia: industria e terziario. L’azienda contadina si ristruttura in un’azienda più grande; generalmente non assume una organizzazione capitalistica, come molti avevano predetto, tuttavia si trasforma in un’azienda imprenditoriale, spesso a carattere familiare, ma sempre più strettamente vincolata al complesso agro-industriale. Per riprendere la famosa espressione del sociologo francese Mendras (1967), è ‘la fine dei contadini’.
In piena epoca di espansione della logica industriale, le dinamiche del settore primario, e con esso dello spazio rurale, sembrano rispondere ai movimenti di omogeneizzazione e di specializzazione propri dell’industria. Nessun posto rimane, quindi, per una presunta diversità di modelli economici, sociali e culturali nello spazio rurale. Lo spazio rurale altro non è, in questa visione, che il luogo fisico dello sviluppo agricolo industrializzato, omologato (Basile e Cecchi, 1994) alla realtà economico-sociale dello sviluppo industriale tout court. Il concetto di ruralità perde di rilevanza euristica, tanto che, negli anni ’70, mentre già tra gli economisti agrari si è affermata una impostazione settoriale della disciplina (con riferimento all’agricoltura, piuttosto che all’economia rurale), nelle università anglosassoni numerosi studiosi cercano di traghettare la sociologia rurale verso una sociologia dell’agricoltura (Newby, Buttel, Friedland, Bonanno, ed altri). L’obiettivo è quello di analizzare l’agricoltura con gli stessi strumenti e metodi applicati alle industrie produttrici di commodities: l’analisi delle classi sociali, dei sistemi di produzione, dei mercati dei prodotti agricoli, i legami intersettoriali, le analisi delle filiere, piuttosto che gli studi di comunità e le teorizzazioni sulle specificità dell’agricoltura. La specificità del rurale sembra del tutto persa. Non per molto tempo tuttavia.

La nuova ruralità e il ‘nuovo paradigma’ dello sviluppo rurale.

una ruralità che è poco più di un paesaggio, un ambiente fisico, ma non la matrice di una nuova forma di società rurale” Hervieu (1991).
A partire dalla seconda metà degli anni ’70 del novecento, la crisi dell’economia cosiddetta fordista prima e quella delle politiche agricole europee poi sono alla base di un rinnovato interesse per le campagne. Dal punto di vista dell’economia, la rinascita della ruralità si iscrive nei movimenti di ristrutturazione spaziale del capitale post-fordista: decentramento delle produzioni e ruralizzazione dell’industria, flessibilità, piccole dimensioni, diversificazione, informalità. Movimenti economici e demografici cambiano totalmente il tradizionale assetto territoriale basato su una differenziazione tra città e campagna. Per descrivere la distribuzione della popolazione sul territorio si usano ormai termini ibridi: ‘città diffuse’, ‘aree metropolitane’, ‘campagne urbanizzate’, ‘montagne industrializzate’. La campagna è assediata dallo sviluppo urbano, mentre d’altra parte si tenta di recuperare l’agricoltura in città, attraverso gli orti urbani o i parchi agricoli.
Vista dalla prospettiva delle politiche, la rivalutazione del mondo rurale è parte integrante della crisi e della riforma della politica agricola comunitaria, conseguente alla crisi del produttivismo di stampo fordista, che l’ha ispirata profondamente per oltre un ventennio. La crisi del produttivismo e delle eccedenze, i processi di de-regolamentazione dei mercati, l’intensificazione della concorrenza a livello globale da un lato, la pressione urbana a cui l’agricoltura e le aree rurali sono ormai sottoposte dall’altro, inducono l’UE a modificare il disegno delle politiche agricole. Dagli anni ’80 la politica di sviluppo rurale, destinata a diventare il secondo pilastro della Pac, diventa uno degli assi attorno a cui ruota una nuova politica di qualificazione e differenziazione, che riguarda sia il prodotto agricolo che gli spazi rurali.
Tuttavia, nei documenti che traghettano la Pac verso la definizione dell’intervento di sviluppo rurale, l’ ‘Europa rurale’ è descritta più che definita. Si tratta di “un tessuto economico e sociale, comprendente un insieme di attività alquanto diverse” (Il futuro del mondo rurale), ma sostanzialmente di piccole dimensioni (small shops and business, small and medium-sized industries) e destinato a svolgere un ruolo importante dal punto di vista della conservazione del paesaggio e delle attività ricreative. L’importanza della diversificazione dell’economia rurale è, da un lato una constatazione empirica, dall’altro, la base per una nuova strategia di intervento. La constatazione empirica rileva come l’agricoltura non sia più l’attività economica prevalente (in termini occupazionali o di Plv) neanche nelle aree rurali, sia per il suo progressivo ineluttabile declino, sia, in alcuni casi, per l’industrializzazione delle campagne. Di conseguenza l’agricoltura non può essere l’asse portante delle politiche di sviluppo nelle aree rurali.
L’obiettivo politico del ‘mantenimento di comunità rurali vive’ passa attraverso la diversificazione delle attività economiche, perseguita, da un lato, con la stimolazione di meccanismi di sviluppo endogeni e la valorizzazione delle risorse locali, e dall’altro con la rimozione di ostacoli, come il declino delle attività agricole, l’esodo, l’invecchiamento della popolazione, l’isolamento, la debolezza delle infrastrutture e dei servizi. Nel disegno delle politiche agricole nell’Unione Europea le aree ‘rurali’ sono definite ormai da una sola variabile: la densità della popolazione, che nei diversi paesi può variare da poche unità a più di 300 abitanti per km2. Nelle definizioni dell’Ocse, si arriva anche ai 500 abitanti per km2, nel caso del Giappone.
Dietro questa nuova visione sta la convinzione che in una economia globalizzata e de-materializzata si sia ormai esaurito il vantaggio competitivo delle aree urbane nei processi di sviluppo e si vada verso una nuova geografia delle (multi-)funzioni, in cui alle aree rurali sono assegnati più ruoli: non solo un ruolo produttivo, ma anche residenziale, culturale e ambientale (Basile e Cecchi, 1997). Si tratta, come dice Barberis, della ‘rivincita della campagna’ o come suggerisce Pascale (2009) di perdita del ‘senso del luogo’?

Governare il territorio come luogo delle interazioni sociali ed ecologiche tra persone, comunità, società e natura.

E’ proprio la parità tra città e campagna (Barberis 2009) che di nuovo sembra rendere irrilevante il rurale. Se non c’è più differenza significativa tra organizzazione economica, stili di vita e cultura, perché continuare a parlare di città e campagna e di politiche specifiche per le aree rurali? Si tratta meramente di disegnare politiche territoriali capaci di tener conto delle esigenze delle ‘aree fragili’, quelle con problemi di accesso e quindi di spopolamento e marginalizzazione, come contraltare, d’altro canto, di politiche territoriali per le aree che presentano problemi di congestionamento e di inquinamento più accentuato. Vista così la questione, il dualismo urbano-rurale cacciato dalla porta della sociologia rurale rientra dalla finestra della geografia economica, assumendo ora i contorni di uno squilibrio nella distribuzione della popolazione e delle risorse sul territorio.
Emerge allora l’esigenza di progettare il territorio, con le sue interconnessioni città/campagna (ossia umani/natura) in maniera più armonica ed equilibrata, riconoscendo che esiste un legame tra lo spazio dell’abitare, lo spazio delle attività produttive, le relazioni tra le persone, la capacità di costituirsi come comunità e come società, le relazioni con l’ambiente e con la natura e il benessere sociale.
Segnali di una domanda in tal senso vengono da più parti, dalla città e dalla campagna, ed è interessante osservare che la costruzione delle risposte a queste domande coinvolgono spesso l’agricoltura. Pensiamo, ad esempio, alla costruzione dei nuovi mercati dell’agricoltura locale, che favorendo in varie forme i legami diretti tra gli agricoltori/produttori e i consumatori, tendono a creare nuove ‘comunità del cibo’, in cui si scambiano non solo prodotti agricoli, ma anche conoscenze, si producono ‘beni relazionali’, si condividono valori di rispetto della natura, degli esseri viventi, dell’ambiente, della socialità. O le numerose e varie iniziative di agricoltura sociale, in cui l’agricoltura, mediando il rapporto delle persone con la natura tramite un’attività lavorativa, è capace di accrescere il benessere di persone in condizioni di particolare fragilità.
Quello che è rilevante in queste iniziative è che si costruiscono rapporti di scambio o di produzione che non sono puramente strumentali al calcolo economico; ossia, le attività finalizzate al raggiungimento di un obiettivo economico non cercano di minimizzare e ‘raffreddare’ le relazioni sociali, quanto, piuttosto, di intensificarle, creando le condizioni contestuali per generare coerenza e sinergia fra attività economiche, processi di apprendimento e valori sociali condivisi.
Il concetto di comunità, rifiutato se rigidamente legato a uno specifico spazio geografico (lo spazio rurale), ritorna allora utile per indicare nuove forme di organizzazione della produzione e dello scambio capaci di creare non solo valore economico, ma anche, e contemporaneamente, relazioni e benessere sociali. Così intesa, la ‘comunità’, non è più in antitesi alla ‘società’, ma parte costitutiva di essa. Esprime l’esigenza di ‘appartenenza’ di persone che si sentono sempre più sole in un mondo globalizzato, il bisogno di creare legami di gruppo, che non escludono ma anzi favoriscono e sostengono l’adesione ai valori di una cittadinanza sociale più ampia, mediando, tramite forme sociali intermedie, tra diritti individuali e diritti universali, tra libertà e ordine sociale. Solo cogliendo l’importanza di questi fenomeni si ricostruisce il ‘senso dei luoghi’ e si dà robustezza al ‘nuovo paradigma’ dello sviluppo rurale, che non può essere solo diversificazione economica e servizi sociali, ma deve affermare il nesso inscindibile tra valorizzazione delle risorse locali, governance basata su processi partecipativi e di apprendimento collettivo e mercati (locali) coerenti con valori di welfare comunitario.
Rifiutarsi di vedere in queste iniziative un carattere di bene pubblico europeo, che può preservare, migliorare e incrementare il capitale umano, culturale e sociale delle aree rurali, lasciando agli stati nazionali di decidere se preferiscono finanziare e sostenere una distribuzione della popolazione decentrata, come se questo fosse poi indifferente alla distribuzione delle attività economiche, all’uso delle risorse e alle relazioni sociali sul territorio, mi sembra una miopia, derivata probabilmente dal perdurare di una visione economicista dello sviluppo, come se la produzione e i mercati fossero esclusivamente produzione e scambio di beni e non anche relazioni tra le persone.

Articolo di : Maria C. Fonte a

a Università di Napoli “Federico II”, Dipartimento di Economia

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