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La politica abitativa condizionata dall’illegalità

Il Lazio e specialmente Roma soffrono di una fortissima crisi abitativa.

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Convegno 6 Novembre 2012.

La nostra regione, con una popolazione di circa sei milioni e mezzo di abitanti, di cui circa tre milioni residente a Roma e altri due nella restante regione, ospita circa 500.000 persone che non posseggono una casa in proprietà: circa duecentomila famiglie che devono ricorrere all’ affitto.

 Di queste famiglie, circa 100.000, per il loro reddito, hanno certamente la necessità di un alloggio pubblico con canoni equiparati ai redditi famigliari, pena lo sfratto per morosità.

 Infatti i dati sugli sfratti nella nostra regione parlano chiaro e avvalorano la nostra tesi.

Nel Lazio, nel 2010, i provvedimenti di sfratto emessi per morosità ( per immobili ad uso abitativo) sono stati 5.796, il 55,7% in più rispetto agli sfratti emessi nel 2001.

Analizzando i dati del 2010 emessi dal ministero, il Lazio, con i suoi 5.796 provvedimenti di sfratto, è la terza regione italiana ad avere questo primato preceduta dalla Lombardia con 12.511 e dall’Emilia Romagna con 6.566.

Ed Roma la città che conta il maggior numero degli sfratti per morosità: nel 2011, secondo i dati del ministero degli Interni, sono stati emessi 4.678 provvedimenti mentre gli sfratti eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario sono stati 2.343. Latina si colloca molto vicina al disagio romano, insieme a Pomezia ed Ardea.

Questi sono numeri drammatici del bisogno di casa: per chi vive il disagio,un dramma enorme, e le parole usate nei nostri convegni non riescono ne a sfiorarlo ne a descriverlo.

Questo nonostante la nostra regione vanti un edilizia residenziale pubblica abbastanza sostanziosa:

Infatti l’edilizia residenziale pubblica è presente nel Lazio con più di 70.000 alloggi Ater ai quali vanno aggiunti i 35.000 circa di proprietà dei comuni ed un numero non precisato di alloggi demaniali.

Questo significa che esistono circa centodiecimila  alloggi pubblici che per legge dovrebbero essere destinati alle famiglie economicamente più deboli e potrebbero far diminuire fortemente il disagio sul fronte abitativo presente nella nostra città.

 Il problema che ha acuito la crisi abitativa nella nostra regione è la diffusione e la tolleranza di un vistoso processo di illegalità che ha preso il sopravvento su qualsiasi programmazione. Milano, con una proprietà pubblica di circa 30.000 alloggi, ogni anno recupera e rimette sul mercato circa 700 alloggi. Con una accurata gestione del patrimoni pubblico a Milano il disagio abitativo è stato ridotto a tal punto da garantire quasi il passaggio da casa a casa.

 Nel Lazio, invece, con un patrimonio di cinque volte maggiore, le case rilasciate dagli assegnatari sono poche decine ogni anno e le famiglie che chiedono legalmente una casa e ne hanno diritto rimangono in lista di attesa per anni e anni, anche per decenni, mentre i bandi di assegnazione si susseguono senza produrre assegnazioni regolari.

Un ben triste panorama.

Come si è creata questa situazione di illegalità nella nostra regione? Con la tolleranza, da parte di tutta la classe politica, anzi con un sostanziale consenso a due filoni che producono illegalità.

  1. A) Da una parte le occupazioni abusive di privati cittadini nel patrimonio pubblico.
  1. B) Dall’altra le occupazioni di edifici di proprietà pubblica e non residenziale da parte dei movimenti di occupazione

Occupazione abusiva da parte di famiglie singole degli alloggi di proprietà pubblica.

Nella Regione Lazio, dal 1987 è invalsa la pessima abitudine di sanare periodicamente le famiglie che  hanno occupato gli alloggi ERP con numerose leggi, generalmente votate da tutto l’arco costituzionale, nessuno escluso.

Ecco l’elenco delle leggi che si sono susseguite e che nel corso degli anni hanno sanato le occupazioni abusive:

la legge 33/87,

la legge 30/90 con la riapertura dei termini nel 93,

la legge 18/2000 con la riapertura dei termini nel 2003,

la  legge 27/2006, con la riapertura dei termini nel 2007.

Quattro sanatorie nel corso di venticinque anni, con due riaperture dei termini,  che hanno permesso ad almeno a venticinquemila famiglie di appropriarsi di un alloggio pubblico, facendosi beffa di tutte le regole e le norme.

Negli ultimi venticinque anni, soltanto con le occupazioni singole, la classe politica laziale ha permesso  l’occupazione di un quinto dell’intero patrimonio pubblico, senza nessun rispetto leggi.

Occupazioni di edifici di proprietà pubblica non residenziale da parte dei movimenti di occupazione

L’altra forma di occupazione che negli ultimi venti anni ha praticamente azzerato la possibilità di accedere ad una casa seguendo il percorso farisaicamente dettato dalle istituzioni ( partecipazione al bando – graduatoria – assegnazione) è quella organizzata dai movimenti di occupazione per la casa.

Come?

Viene occupato un edificio pubblico con un certo numero di persone, assoggettate dai movimenti ad una rigida disciplina, ivi compreso l’obbligo di manifestare; si manifesta; si crea il problema dell’ordine pubblico; si ottiene una graduatoria preferenziale per i propri iscritti, ed il gioco è fatto, con buona pace di tutte le prescrizioni istituzionali per i cittadini normali.

 In una lettera che l’assessore Minnelli ha inviato alla nostra struttura già nel 2007, a fronte delle nostre osservazioni contro questo fenomeno, si affermava che un provvedimento della giunta regionale (delibera GR 6080/96) riservava il 75/% degli alloggi da assegnare all’emergenza abitativa e soltanto il restante al bando generale.

Nei dieci anni trascorsi dal 1996 al 2007 a nessun politico è venuto in mente che era il caso di ripristinare la legalità in questo settore.

 Non solo. La delibera di giunta comunale 206/2007 recita che il programma di assegnazione di case popolari prevede l’assegnazione di circa 1250 alloggi all’emergenza di varia natura e  soltanto 460 al bando generale.

Si perpetua il meccanismo che ai cittadini rispettosi della legge si concede il 30% delle case da assegnare premiando l’arroganza, la prepotenza e l’illegalità e con buona pace degli impegni solennemente presi sull’importanza di ripristinare la legalità da parte dei vari assessori (gli ultimi Minnelli ed Antoniozzi per dodici anni di giunta circa).

 La delibera 206 del 2007, per quanto riguarda la ripartizione delle assegnazioni tra bando ed “altro” è stata reiterata dall’attuale giunta con  la delibera 124/2011.

Quindi sono venti anni che le istituzioni non pensano in nessun modo che la legalità sia un valore.

Non credo che ci sia bisogno di commenti.

 Con i due meccanismi messi in atto ed accettati (occupazioni singole e occupazioni di edifici pubblici) nel Lazio le istituzioni hanno vanificato il diritto alla casa, facendo lievitare il bisogno di nuove costruzioni, con impegni programmatici che promettono la realizzare ieri 10.000 case, oggi di ventimila, domani chissà. Tutto con pompose delibere di giunta che rimangono un sempre più frusto libro dei sogni.

Rimangono le sanatorie che si susseguono e le case riservate ai movimenti di occupazione.

 Se Milano con una politica degna di rispetto, con un patrimonio molto minore di quello Laziale (30.000 alloggi contro i 70.000 romani), è arrivata quasi a garantire il passaggio da casa a casa, da noi la ricetta politica è ancora questa: la casa è di che se la prende.

 E invece evidente e lapilassiano che nel Lazio si potrebbero recuperare più di mille case all’anno che metterebbero in sicurezza in modo veloce e, particolare non trascurabile, a costo zero, quelle famiglie che hanno diritto alla casa

 Pensiamo che sia arrivato il momento di inchiodare le istituzioni e la classe politica alle proprie responsabilità.  Il Lazio, regione, comune e altre istituzioni devono capire che le case vanno assegnate solo ed esclusivamente con un bando, come in qualsiasi paese civile, e una class action a difesa dei diritti negati è forse possibile.

 A questo pesante panorama di totale illegalità che connota la politica abitativa della nostra regione  si deve sommare lo spreco enorme di risorse pubbliche per affittare i cosidetti “residences”.

 I residences sono immobili privati, siti in luoghi periferici, squallidi e degradati che il Comune da oltre venti anni ha deciso di affittare per poter ospitar temporaneamente famiglie in difficoltà.

 L’ospitalità, in questi siti si è trasformata da temporanea a permanente e il turn over non è controllato dalle istituzioni ma lasciato anche in questo caso all’illegalità che produce e potenzia sempre nuove necessità, in modo del tutto incontrollato, ma evidentemente conveniente per molti.

 Il Comune di Roma ha contratti di affitto per ventuno residences per i quali spende annualmente 40 milioni di euro.

In questi residences vengono ospitate 1.301 famiglie per un totale di 3.301 persone, con un costo da 1.000 a 4.000 euro/mese a famiglia.

 40 milioni per venti anni, questo è stato lo sperpero di  danaro pubblico nel comune di Roma.

Come mai, nonostante gli impegni più e più volte presi dal Comune, queste degradate realtà continuano a godere di ottima salute? Con un milione di euro, su aree pubbliche si possono realizzare dieci alloggi, quindi con gli ottocento milioni  buttati in modo del tutto irresponsabile per strutture di terzo livello, degradate e degradanti, si sarebbero potuti realizzare ottomila alloggi.

 Quasi il numero di alloggi giudicato necessario e promesso dalla delibera 206  del 2007 integrata dalla successiva delibera del 13 aprile 2011  – Un inutile e dispendioso libro dei sogni -libro dei sogni.

 Nel Lazio il problema non è la politica abitativa, il problema è rappresentato da una classe politica del tutto inadeguata ai propri compiti.

brochure Convegno UNIAT

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