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Dai cassonetti al recupero, la filiera non sempre virtuosa degli abiti usati

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Rapporto di Humana e Occhio del Riciclone. In Italia raccolte 110 mila tonnellate all’anno per un giro d’affari di 200 milioni di euro. Gli indumenti finiscono o all’estero o a grossisti che li rivendono, ma non ci sono controlli e spesso il settore è interessato da attività illecite

ROMA – Che fine fanno i nostri abiti una volta che li lasciamo nei cassonetti gialli? A questa domanda risponde lo studio “Indumenti usati: come rispettare il mandato del cittadino?”, realizzato da Human People to People Italia e da Occhio del Riciclone Onlus. La ricerca mette sotto la lente d’ingrandimento tutti gli anelli della filiera, dal momento della raccolta alla consegna degli indumenti nei contenitori. L’obiettivo del rapporto è quello di chiedere più trasparenza e controlli puntuali su tutti i soggetti coinvolti.

Giro d’affari. Ogni anno in Italia vengono raccolte 110 mila tonnellate di vestiti usati che generano un giro d’affari di circa 200 milioni di euro. “Come dimostrano le recenti inchieste sulla Terra dei Fuochi e su Mafia Capitale, sempre più spesso gli abiti donati finiscono per alimentare traffici illeciti. Questo succede a causa di una legislazione non chiara”, afferma Gianfranco Bongiovanni di Occhio del Riciclone. Il criterio di trasparenza, infatti, non è un requisito indispensabile nei bandi di gara per l’assegnazione del servizio per la raccolta degli indumenti. Non viene richiesto un certificato antimafia, né chiarimenti su che fine farà il materiale raccolto. “Dobbiamo evidenziare il lato negativo ma anche quello positivo del riciclo”, afferma Karina Bolin di Humana People to People Italia, una onlus che grazie ai proventi della raccolta degli abiti realizza progetti solidali nel Sud del mondo. “Con un solo contenitore riusciamo a creare quattro orti scolastici in Mozambico o a formare cinque contadini. Noi vogliamo sensibilizzare le pubbliche amministrazioni per favorire chi lavora onestamente”.

La filiera. Una volta che il cittadino decide di deporre i propri abiti negli appositi cassonetti gialli si mette in moto una filiera complessa che dovrebbe avere come obiettivo il recupero e il riciclo degli indumenti. Il primo passo è l’assegnazione del servizio di raccolta alle cooperative. Come spiega Bongiovanni: “Gli enti pubblici, come i comuni o i consorzi, affidano direttamente la gestione a diversi soggetti che si dividono i servizi e in questo caso non ci sono controlli. In alternativa, vengono fatti dei bandi che consentono l’assegnazione in via esclusiva”. I nostri abiti dal cassonetto finiscono in un centro di stoccaggio: da qui sono trasferiti in impianti di recupero dove sono igienizzati e classificati. A questo punto gli indumenti sono pronti per il mercato interno o estero. “Il 25 per cento del raccolto finisce nel riciclo, mentre il 7 per cento viene smaltito. Ma il problema è che nel corso della filiera intervengono vari soggetti che non sempre sono controllati. Gli abiti diventano beni e vengono dati a dei grossisti. Il 70 per cento finisce negli stabilimenti di Prato ed Ercolano”, afferma Bongiovanni.

Esportazioni. L’Italia è il settimo esportatore mondiale di vestiti usati per un totale di 105 milioni di euro: il 35 per cento è destinato al nord Africa, l’11 per cento all’est Europa 11 per cento e il 38 per cento all’Africa subsahariana. “Importiamo anche da Paesi che hanno una economia più forte di quella italiana. Nel 2010 abbiamo acquistato 26 milioni di euro di abiti”. Mediamente vengono raccolti 1,8 kg di vestiti per cittadino: “Abbiamo un margine di miglioramento: possiamo raggiungere i 4 kg per ogni abitante, per un totale di 400 milioni di euro”, aggiunge Bongiovanni.

Azioni illecite. Le indagini della Direzione Nazionale Antimafia hanno dimostrato che buona parte delle donazioni di indumenti che i cittadini fanno per solidarietà finiscono per alimentare un traffico illecito. A trarne profitto è soprattutto la camorra. “In una intercettazione, un affiliato afferma che il giro d’affari degli abiti usati è più redditizio di quello della droga”, ricorda Bongiovanni. Un’altra piaga del settore è quella del contrabbando verso Paesi che hanno deciso di vietare l’importazione di abiti usati o di inibirla attraverso tariffe doganali alte. Accade anche che i vestiti non vengano igienizzati o che siano falsificati i formulari e i documenti per il trasporto. Lo studio dimostra come la poca tracciabilità favorisce il mercato nero, le frodi doganali e facilita le operazioni di riciclaggio di denaro sporco.  E’ spesso praticato anche il “trasfer mispricing”, un fenomeno che consiste nella attribuzione di quote di prezzo artificialmente alte ad anelli della catena ubicati in paradisi fiscali o in Paesi dove la tassazione è più bassa.

Come ha sottolineato Enrico Ribet di Humana People ti People Italia, “il nostro obiettivo è quello di avere un controllo su tutta la filiera, sapere il nome e l’indirizzo fisico dell’operatore, la destinazione degli abiti. Tutte informazioni che devono essere scritte sui contenitori. Ma la trasparenza ha un costo: noi siamo stati vittime di minacce e di atti intimidatori. Tuttavia, pensiamo che la legalità non è una utopia”.

Riciclare fa bene. Il riutilizzo degli indumenti riduce l’impatto ambientale della produzione di abiti nuovi. In Italia nel 2013 sono state raccolte 110.000 tonnellate di scarti tessili, evitando l’emissione in atmosfera di una quantità di Co2 compresa tra le 396.000 e le 451.000 tonnellate. Inoltre, sono stati risparmiati 462 miliardi di litri di acqua. Ma non solo: il mercato dell’usato vale 3 miliardi annui di fatturato e sono migliaia i lavoratori assunti in questo settore. Anche l’esportazione ha un effetto positivo: “Se gestito bene, il riciclo genera una offerta di indumenti a basso costo nei Paesi più poveri”, afferma Bongiovanni.

Cassa sul sociale. Dopo l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma che ha portato all’arresto di 14 persone con l’accusa di traffico illecito di rifiuti e associazione per delinquere, è aumentata la diffidenza dei cittadini nei confronti di chi raccoglie abiti usati. “L’immagine che abbiamo di questa economia sociale è sicuramene peggiorata”, afferma Carlo De Angelis del Consorzio Bastiani, cooperativa che si occupa del riciclo dei vestiti. “Abbiamo messo insieme vittime e carnefici, noi non siamo indagati e anzi abbiamo avuto tre incendi e la distruzione di un magazzino. Vogliamo tutti trasparenza ma la verità è che la politica deve fare il suo lavoro e invece è assente: questo settore finirà in mano alla criminalità se continua ad assegnare i servizi senza gara. Le amministrazione fanno cassa sul sociale e questo non è ammissibile”. (Gabriella Lanza)

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